Nel laboratorio di Google a caccia dei pirati della musica

«La caccia ai pirati, nel mare magnum del web, è come la lotta tra il gatto e il topo. Ma noi siamo attrezzati». Dal quartier generale di Zurigo, Google affila le armi per il contrasto alle violazioni di copyright. Un tema che ha scalato le priorità in agenda anche a causa del pressing dell’industria musicale. Coldplay, Rihanna, Red Hot Chili Peppers – per citare artisti ora in classifica -: i loro brani sono quotidianamente preda di violazioni.

È qui nella sede della Big G a due passi dal fiume Sihl – 1800 dipendenti di 75 nazionalità, la più grande dopo Mountain View e New York – che gli ingegneri hanno perfezionato Content ID. Si tratta del sistema che setaccia YouTube, la piattaforma di videosharing di proprietà Google, e riconosce brani musicali, serie tv o partite di calcio che violano il copyright. Una sfida titanica (ogni minuto vengono caricate 400 ore di video) su cui Google ha investito 60 milioni di dollari.
La verifica avviene in pochi secondi, mentre l’utente sta caricando il video su YouTube. Content ID scandaglia il suo immenso database: oltre 50 milioni di file coperti da diritto d’autore, l’equivalente di 600 anni di filmati. Come una miriade di impronte digitali, messe a confronto con i nuovi file alla ricerca di corrispondenze. Se vengono trovate, il proprietario del contenuto viene avvisato.
A quel punto il titolare del copyright deve decidere se far rimuovere il video o monetizzare. Nel secondo caso incassa i soldi dalla pubblicità inserita nel video incriminato. Una soluzione scelta nel 95% dei casi per i contenuti musicali. YouTube calcola che la metà degli ingressi delle case discografiche sulla piattaforma di videosharing arriva dal Content ID: «A oggi abbiamo distribuito due miliardi di dollari di royalties», spiegano.
Non rimuovere i contenuti illegali permette di ampliare l’audience e, dunque, aumentare gli introiti. Dai tormentoni musicali nasce una serie di contenuti secondari – parodie, video tributi, versioni con i testi delle canzoni – che diventano virali sfruttando il successo dei brani originali. Versioni non autorizzate, che raccolgono milioni di visualizzazioni: un ghiotto boccone per gli inserzionisti. Rimuoverle, in termini economici, sarebbe un autogol. Quindi si monetizza. È il caso di Uptown Funk di Bruno Mars o Happy di Pharrell Williams, hit planetarie da oltre un miliardo di visualizzazioni da cui sono nati centinaia di contenuti «off» che hanno arricchito le case discografiche. O il Pulcino Pio, tormentone che nel 2012 generò oltre 50 milioni di clic da contenuti derivati, un quarto di quelli del video originale.
A oggi il Content ID è un sistema unico, solido ed efficace per proteggere il diritto d’autore. Su altre piattaforme, come Facebook o Twitter, è infatti necessaria la ricerca manuale per rintracciare contenuti illegali. E la richiesta di rimozione va fatta caso per caso: un meccanismo farraginoso, che si impiglia in un circolo senza fine di contenuti che riappaiono dopo il loro blocco.
Ma secondo i discografici gli sforzi di Google-YouTube non sono sufficienti. «Serve una remunerazione più adeguata per chi crea, produce e commercializza contenuti», è la critica di Marco Alboni, presidente di Warner Italia. «E gli introiti sono decisamente inferiori rispetto ad altre piattaforme: da Spotify arrivano 18 dollari per ogni utente, nel caso di YouTube solo uno». Enzo Mazza, numero uno della Federazione industria musicale italiana, è convinto che «un colosso come Google, in grado di mappare la Terra, ha gli strumenti per fare meglio contro la musica pirata ma ancora non li usa». «Per noi qualsiasi innovazione è un’opportunità – spiega invece Mario Limongelli, presidente delle etichette indipendenti – Ma troppo spesso ci arrivano solo le briciole. Servono più tutele per poter reinvestire sugli artisti».